giovedì 3 marzo 2011

DALLE TRAME DI AGCA AI DELITTI ECCELLENTI

http://archiviostorico.corriere.it/1992/maggio/07/dalle_trame_Agca_delitti_eccellenti_co_0_9205076988.shtml

Corriere della Sera 
Archivio" 

Storia di Calcara Vincenzo, 40 anni, soldato al servizio della " famiglia " mafiosa di Castelvetrano, implicato in traffici internazionali di droga, armi, massoneria, politica, omicidi e persino l' attentato a Giovanni Paolo II


  • PALERMO . Finora, forse per un eccesso di cautela, Vincenzo Calcara, 40 anni, "soldato" al servizio della "famiglia" mafiosa di Castelvetrano capeggiata dall' ex sindaco dc Antonio Vaccarino, viene indicato dagli inquirenti come un pentito "minore" di Cosa nostra. Ma in realta' parlare di Vincenzo Calcara e' come sollevare il coperchio di una pentola in ebollizione, piena di misteri. Traffico internazionale di droga, di armi, massoneria, politica, omicidi eccellenti e persino l' attentato a Giovanni Paolo II. C' e' tutto questo dietro un personaggio come Vincenzo Calcara che, se volesse, potrebbe aprire molti spiragli sui misteri italiani. Lo fara' , oppure lo ha gia' fatto? Certo, dal giorno del suo pentimento, di carceri ne ha gia' cambiate diverse. E indicato come detenuto "ad alto rischio", lui che si e' definito, in una delle confessioni raccolte in 250 pagine, come "killer veloce e preciso" al servizio della cosca di Castelvetrano. Il suo nome, in un modo o nell' altro, salta gia' fuori in occasione del sequestro del potente esattore Luigi Corleo, il suocero di Nino Salvo, avvenuto nel 1975 e per il quale era stato richiesto un riscatto addirittura di 22 miliardi di lire. Corleo non e' stato mai restituito ai familiari e tuttora la vicenda resta nel mistero. Cinque anni dopo, in occasione dell' omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari torna il nome di Vincenzo Calcara. Risulta fra le carte processuali il testo di una telefonata fatta alla moglie del sindaco ucciso. L' ignoto interlocutore comunico' che l' autore del delitto era Antonio Vaccarino. Con lui, probabilmente, c' era Vincenzo Calcara. Arrestato per l' omicidio di Francesco Tilotta, presunto esponente della mafia di Alcamo, Calcara . che continua a dichiararsi innocente per questo delitto . fu poi condannato a 14 anni. Ottenuta la liberta' per decorrenza dei termini, riusci' a fuggire in Germania dove fu arrestato a Mannheim per una rapina commessa con alcuni emigrati turchi. Legami antichi, quelli con i turchi, risalenti ai primi anni Ottanta quando Calcara lavorava al duty free dell' aeroporto di Linate. Un posto chiave per introdurre in Italia la morfina base proveniente dai Paesi dell' Est e trasportata, presumibilmente, anche con i Tir della "Kintex", la societa' di trasporti bulgara. Parte di quei carichi finirono anche alla raffineria scoperta nell' 85 ad Alcamo e su cui stava indagando il giudice Carlo Palermo. E inquietante che su questi traffici indagasse il vice questore Giorgio Boris Giuliano, ucciso nel luglio del ' 79. Accertamenti che portarono alla figura del trafficante.agente segreto Mussullulu, il boss della mafia turca in contatto con i "lupi grigi", l' organizzazione di cui faceva parte Ali' Agca, che prima di raggiungere Roma aveva alloggiato a Palermo. G. P.
    Petta Giorgio
    Pagina 16
    (7 maggio 1992) - Corriere della Sera

  • L' OMICIDIO di PAOLO BORSELLINO storia di una condanna a morte

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/11/21/omicidio-di-paolo-borsellino-storia-di.html


    DA "ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984"

    RAI EDUCATIONAL torna a proporre i ritratti di uomini che hanno sfidato la mafia: domani "La storia siamo noi" (RaiTre, 23.40) è dedicata a Paolo Borsellino, e a firmarla è Gianluigi De Stefano. Seguiranno le puntate sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giancarlo Siani, Vittorio Occorsio e Mario Amato. Un giudice condannato a morte: questo è Paolo Borsellino all' indomani del 23 maggio 1992, il giorno della strage di Capaci. Infatti, esattamente 57 giorni dopo, il 19 luglio, Paolo Borsellino morirà. Per Rai Educational, Giovani Minoli ricostruisce attraverso l' eccezionale testimonianza di Vincenzo Calcara, l' uomo che ha avuto l' ordine di uccidere il giudice, della sorella Rita Borsellino e di magistrati suoi collaboratori, la storia di un uomo che con un pugno di magistrati dà vita al Pool Antimafia. Dichiara Vincenzo Calcara: «Un giorno, nel settembre del 1991, sono stato convocato dal mio capo assoluto della mia famiglia di Trapani, Francesco Messina Denaro. Mi spiegarono di tenermi pronto, era stata decisa la morte di Paolo Borsellino: era un grande onore per me, avrei fatto strada dentro Cosa nostra. Sapevo l' odio che c' era dentro Cosa nostra e oltre Cosa nostra. Quando dico oltre intendo dire tutte quelle entità che sono sempre state collegate con Cosa nostra. E lui di questo ne era ben cosciente». «Si sicuramente la Mafia ha ucciso mio fratello. Ma che ci fosse una convergenza di interessi anche con altre "entità", chiamiamole così, che avevano interesse affinché Borsellino venisse eliminato così presto», dichiara tra l' altro Rita Borsellino. «Mio fratello e Falcone si rendevano conto che il Pool Antimafia era un fatto nuovo, che veniva guardato con curiosità non sempre benevola dall' esterno. E intendo non solo la città ma anche il Palazzo. Perché al suo interno non erano amati, benvisti, anzi spesso erano guardati con fastidio, qualche volta con preoccupazione o a volte con superficialità». Tutto, comunque, è programmato: Vincenzo Calcara deve uccidere il giudice Borsellino. Ma succede l' imprevedibile: il giovane "picciotto" di Castelvetrano non può adempiere alla sua missione perché il 5 novembre viene arrestato e sulla sua pelle prova il rischio di essere ucciso, a causa di uno sgarro d' onore, dagli stessi picciotti chiusi in carcere. Un evento che incredibilmente lo avvicina alla sua vittima, come Calcara spiega «proprio in quei momenti mi veniva in mente Borsellino e mi rendevo conto di avere in comune una cosa: la morte. In lui vedevo la mia speranza perché capivo che se lui riusciva a salvarsi salvava anche me». Ha inizio il primo maxi processo antimafia. Sotto la guida di Antonino Caponnetto, infatti, il Pool ottiene i risultati più eclatanti.

    ARRIVO' DALLA CALABRIA L' ESPLOSIVO PER BORSELLINO

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/09/arrivo-dalla-calabria-esplosivo-per-borsellino.html


    DA "ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984"

    REGGIO CALABRIA - Era giugno dell' anno scorso quando Paolo Borsellino venne avvertito che quel carico era arrivato e sarebbe servito "per un botto come quello di Capaci". La fonte era quel Vincenzo Calcara della "famiglia" Campobello di Trapani che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Il carico era l' esplosivo, arrivato dalla Calabria, frutto di un baratto tra la mafia trapanese e le cosche che dominano nella zona di San Luca: nella Locride arrivava cocaina in gran quantità che veniva scambiata con esplosivo e armi varie. Borsellino sapeva e disse: "So che è arrivato l' esplosivo destinato a me... ". E' un episodio contenuto nelle carte dell' inchiesta che il sostituto procuratore distrettuale antimafia, Roberto Pennisi ha utilizzato per accusare di traffico di droga e armi i clan dei Nirta che dominano nella Locride. Lo stesso pentito ha confermato la circostanza al magistrato reggino, al quale ha raccontato come vennero stabiliti e come si svolsero i contatti tra le cosche della ' ndrangheta e quelle della mafia trapanese. Era l' agosto 1991. L' incontro con i calabresi avvenne a Bianco. La riunione si svolse in un ristorante di Bovalino, dove fu stipulato quindi un patto mafia-' ndrangheta. Dalla Locride sarebbero partite per il trapanese casse di kalashnikov e altre armi. Ai calabresi Cosa Nostra si rivolgeva per avere anche bazooka ed esplosivo militare. Calcara, in carcere, avvertì Borsellino che le cosche avevano fatto "rifornimento" di esplosivo e che il carico era arrivato. Un mese dopo l' esplosione di Via D' Amelio.

    Io, pentito dimenticato adottato dai Borsellino

    http://archiviostorico.corriere.it/1992/maggio/07/dalle_trame_Agca_delitti_eccellenti_co_0_9205076988.shtml


    DA "ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984"


    L' uomo senza nome, una vita fa, si chiamava Vincenzo Calcara e faceva il killer. Cosa nostra gli commissionò l' omicidio di un magistrato, che si chiamava Paolo Borsellino. Lui accettò. Poi si pentì, si presentò in Procura. E chiese di parlare con la sua vittima. Quel giorno di dicembre del 1991 perse il nome e trovò un amico. Da allora è un fantasma, dimenticato da chi gli promise una nuova esistenza, braccato da chi gli giurò vendetta. E sostenuto dagli eredi di chi capì il suo gesto: gli eredi di Borsellino. Sono storie legate da un doppio filo, quella del giudice e del killer. Le figlie del killer si chiamano Agnese, Lucia e Fiammetta come la moglie e le figlie del giudice. La primogenita, Agnese, è stata battezzata da un familiare del giudice che la mafia gli aveva ordinato di ammazzare. Lo stesso giudice dal quale il killer si presentò il 3 dicembre 1991, giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Disarmato: «Sono stato incaricato di ucciderla con un fucile di precisione o con un' autobomba», disse Calcara guardando Borsellino fisso negli occhi. «Lei è ormai condannato a morte. Io la odiavo perché lei era ed è un nemico di Cosa nostra. E io ero ben felice di essere stato scelto per premere il grilletto contro di lei. Per me ucciderla sarebbe stato un onore, ero orgoglioso perché dentro Cosa nostra avrei fatto strada, come tanti altri sicari diventati boss. Ma adesso non è più così, quell' uomo non esiste più e, se mi permette, voglio abbracciarla». Borsellino lo abbracciò. Da quel momento si videro spesso. Molto spesso. Giorni e giorni di confessioni, che provocarono centinaia di arresti di mafiosi e colletti bianchi. Qualcosa era scattato, qualcosa aveva unito per sempre il giudice e il killer. Fu Calcara ad avvertire Borsellino, all' epoca Procuratore della Repubblica di Marsala, che era arrivato un «carico» per lui, che Cosa nostra aveva procurato l' esplosivo poi utilizzato nell' attentato di via D' Amelio, il 19 luglio del 1992. Ma negli ultimi mesi di vita il magistrato ebbe il tempo di raccontare ai familiari la sua storia con il killer. Una storia che è tornata a vivere nella fiction del regista Gianluca Tavarelli, la cui prima puntata è andata in onda proprio ieri sera. Gli anni ora sono passati. Paolo Borsellino non c' è più. E Vincenzo Calcara è diventato l' uomo senza nome. Adesso è un «fantasma» non esiste più per nessuno. Non è registrato all' anagrafe di nessun comune italiano. Il suo vecchio nome lo si può leggere solo nei documenti scaduti che si porta appresso, costretto com' è a fuggire con la moglie e i quattro figli da un angolo all' altro della Penisola per evitare la vendetta di Cosa nostra. Nel '98 Calcara rinunciò volontariamente al programma di protezione: «Perché - spiegò - nessuno possa mai dire che ho deciso di collaborare con la giustizia per soldi o per altri interessi». Allo Stato aveva chiesto solo una cosa: una nuova identità per ricominciare una nuova vita, lui e i suoi familiari. Ma nessuna risposta è mai arrivata dalla speciale Commissione del Servizio Centrale di Protezione dei pentiti che dovrebbe decidere sul suo caso. Tutti si sono dimenticati di lui, anche la burocrazia: non può rinnovare i vecchi documenti perché non risiede da nessuna parte, non può chiederne di nuovi perché a un fantasma non si rilascia la carta d' identità. Lavora in nero, il fantasma. Fa debiti, manda i figli nelle scuole private perché anche loro non hanno un nome, li fa vivere lontano dalla città in cui abita per evitare di essere localizzato dalla mafia. Sopravvive con uno stipendio di poco meno di mille euro al mese. Senza contributi o assegni familiari. Gli unici che non si sono mai dimenticati di Vincenzo Calcara sono i familiari di Paolo Borsellino, che provvedono a ogni necessità del pentito contribuendo con somme di denaro al sostentamento della sua famiglia e che provvedono anche alla sua assistenza legale. «E' davvero sconcertante - dice un magistrato della Procura di Palermo - che ad aiutare Calcara sia la famiglia Borsellino, segnata da una drammatica vicenda, e non lo Stato a cui il pentito ha dato un grosso contributo». L' ultima volta (ma è già dal 1998 che lo fa) che Calcara ha chiesto allo Stato di dargli una nuova identità è stato nel marzo scorso. Il suo legale, l' avvocato Monica Genovese, ha sottolineato che «l' unica possibilità che avrebbe Calcara di guadagnarsi onestamente da vivere gli è resa impossibile per il fatto di non avere una residenza. Di conseguenza non è in grado di svolgere regolare attività lavorativa con le garanzie ed i diritti-doveri incombenti su tutti i lavoratori regolari. La situazione è aggravata dal fatto che una figlia di Calcara, Fiammetta, a causa di un incidente è cieca a un occhio e necessita di assistenza specialistica». Eppure quell' uomo è stato un teste d' accusa fondamentale nei più importanti processi di mafia degli ultimi dieci anni. Le sue parole hanno inchiodato boss, assassini e fiancheggiatori di Cosa nostra. Adesso però è rimasto solo. E nella stessa situazione si trova la sua famiglia: «Dopo il recesso dal programma di protezione - spiega ancora l' avvocato Genovese - si trovano tutti senza documenti di identità, sono privi di residenza anagrafica e non possono godere dei diritti che la legge riconosce ai normali cittadini». Fantasmi anche loro, orfani anche loro del nemico che in un giorno d' inverno diventò il più fidato degli amici. - 

    FRANCESCO VIVIANO PALERMO



    "E NOI LO CHIAMAVAMO ZIO" I pentiti lo ricordano così

    http://www.repubblica.it/online/dossier/andreotti/andreottidue/andreottidue.html

    DA " La Repubblica Dossier"


    DOSSIER PROCESSO ANDREOTTI/2. 
    Da Mannoia a Di Maggio, tutte le rivelazioni. Fino al bacio a Riina

    PALERMO - Il primo ad alludere ad un'"entità" senza svelarne il nome fu Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel 1984. Chi raccontò che i boss consideravano Andreotti il loro santo in paradiso tanto da chiamarlo "zio" fu il nisseno Leonardo Messina, che rivelò anche che Andreotti era "punciutu", ossia ritualmente affiliato a Cosa nostra. Dopo la strage di Capaci, Buscetta rivelò che l'entità di cui aveva taciuto a Falcone era proprio Andreotti. Al viceprocuratore distrettuale di New York, Richard Martin, del resto, mentre si definiva l'accordo di collaborazione per far deporre Buscetta per la Pizza Connection, nel 1985, Buscetta aveva fatto riferimento ad Andreotti, "tra le cose difficili da digerire" che si ostinava a non volere rivelare allora. Da Buscetta e Messina in poi tutti i più importanti collaboratori di giustizia hanno riferito di rapporti e patti con Andreotti. Francesco Marino Mannoia e Balduccio Di Maggio sono gli unici testimoni oculari degli incontri con Bontate, il primo e con Riina, il secondo. L'ultima rivelazione in ordine di tempo è quella di un imprenditore in affari con la mafia, l'ingegnere Benedetto D'Agostino. Ha raccontato al processo che il "papa" della mafia, Michele Greco vedeva Andreotti durante le proiezioni cinematografiche riservate in una saletta di un hotel romano. 

    Maurizio Abbatino
    Conferma la tesi del delitto Pecorelli come la vendetta ad un ricatto.
    Bartolomeo Addolorato
    "In provincia di Trapani la mafia votava per gli andreottiani".
    Salvatore Annacondia
    A lui, nel corso di una confidenza fattagli nel carcere di Ascoli Piceno, nell'agosto del 92, Marino Pulito, l'ex- boss della Sacra Corona Unita, oggi anche lui collaboratore di giustizia, avrebbe detto di aver personalmente ascoltato una telefonata "in viva voce" tra Licio Gelli e Giulio Andreotti. Oggetto della conversazione, l'aggiustamento di un processo in cassazione a carico dei fratelli Amodeo, richiesto da Gelli e assicurato da Andreotti.
    Emanuele Brusca
    In contrasto con il fratello Enzo, sostiene che fu Di Maggio, vestito a festa, a dirgli che tornava dall'incontro Riina-Andreotti.
    Enzo Brusca
    Racconta che in un incontro in carcere con il padre Bernardo, il fratello Emanuele gli riferì che Andreotti aveva chiesto un incontro a Riina. Successivamente Emanuele Brusca vide Di Maggio vestito a festa ma non gli chiese il perchè.
    Giovanni Brusca
    "Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti". "Durante la guerra di mafia c'erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali". "Chiarisco che in Cosa Nostra c'era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti". Del bacio, però non sa nulla.
    Tommaso Buscetta
    Cita come fonte Tano Badalamenti, che, sebbene non "pentito", tiene a sementirlo. Assiduo frequentatore di uomini della Dc, è il primo non solo a mettere nei guai Andreotti ma a stabilire un nesso tra i rapporti del senatore con Cosa nostra e la fine del giornalista di Op, Mino Pecorelli. 
    Antonio Calderone
    Catanese, fratello di Giuseppe che fu capo della commissione regionale di Cosa nostra dal '75 al '77 sorregge alla lontana la testimonianza del barman Vito Di Maggio sull'incontro Santapaola - Andreotti a Catania, alla presenza dell'onorevole Salvatore Urso. Ma di Andreotti non sa nulla.
    Tony Calvaruso
    La sua deposizione ha spinto Leoluca Bagarella a scrivere al presidente del Tribunale per smentirlo. L'ex autista del boss, arrestato con lui nel giugno del 94, aveva detto: "Una sera, a cena vedendo in televisione le immagini del senatore Andreotti, chiesi a Bagarella se veramente lui era uno dei nostri e Bagarella mi rispose: si sta comportando da vero uomo d'onore". Nella stessa missiva Bagarella ha smentito anche Di Maggio.
    Salvatore Cancemi
    Riferisce sul delitto Pecorelli e racconta dei tentativi di aggiustamento dei processi in Cassazione. Conferma Di Maggio sui rapporti tra Riina, i Salvo, Lima e Andreotti.
    Tullio Cannella
    Nel novembre del '93, Bagarella gli disse: "Mio cognato, Totò Riina, è stato troppo buono con Andreotti, ha creduto alle sue giustificazioni. Ha creduto al fatto che Salvo Lima e Ignazio Salvo non avessero fatto abbastanza pressioni su di lui per il maxiprocesso. Se fosse stato per me, io ad Andreotti gli avrei fatto fare la stessa fine".
    Dice che dopo gli omicidi di Salvo Lima ed Ignazio Salvo, Andreotti avrebbe fatto giungere un messaggio a Riina, giustificandosi con lui per il suo mancato interessamento per l'aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione. "Lima e Salvo - avrebbe fatto sapere Andreotti ai capi di Cosa Nostra - non mi fecero alcuna pressione per il maxiprocesso".
    Federico Corniglia
    E' un falsario che racconta di un incontro tra Andreotti e Frank Coppola negli anni '70.
    Gaetano Costa
    Collaboraotre di giustizia messinese, rivela che nel 1983 quando era detenuto a Pianosa e minacciava di organizzare una rivolta, Leoluca Bagarella, lo bloccò dicendogli che sarebbero stati trasferiti, cosa che accadde perchè "c'è di mezzo il gobbo", riferendosi ad Andreotti.
    Salvatore Cucuzza
    "Andreotti ha fatto firmare un decreto in Algeria, anche scaduto. Sì, d'accordo, però solo perchè già cominciavano ad esserci collaboratori, cominciavano ad esserci i processi, già c'erano carte". "Martelli è stato uno di quelli che ha capito che la barca stava affondando, come il senatore Andreotti". 
    Benedetto D'Agostino
    Imprenditore, arrestato per mafia e poi scarcerato riferisce gli incontri tra Giulio Andreotti e Michele Greco nella riservatissima sala proiezioni allestita da Italo Gemini, presidente dell'Anica Agis nel seminterrato dell'hotel Nazionale di Roma. 
    Francesco Di Carlo
    Nel gennaio del 1981, è Nino Salvo a fare direttamente a Di Carlo il nome di Giulio Andreotti. "Ci incontrammo all'Hotel Excelsior, a Roma. Era particolarmente elegante e io gli chiesi come mai. Mi rispose: 'Di pomeriggio devo andare dal presidente Andreotti. Ci vado con Salvo Lima'". Identica indicazione anche per un secondo inconro con Nino Salvo.
    Baldassare Di Maggio
    Il protagonista dell'accusa che riassume in un episodio tutto il processo: l'incontro del bacio, è tornato a delinquere nell'ottobre del '97; Arrestato ha svelato il complotto destinato a far saltare il processo. Misteriosi emissari gli avevano offerto 6 miliardi per ritrattare.
    Mario Santo Di Matteo
    Ha riferito sui rapporti tra i Salvo e Andreotti. Ha inserito l'omicidio di Ignazio Salvo nel quadro della vendetta per il mancato rispetto del patto sul maxiprocesso, stipulato con Andreotti attraverso Lima. Al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere.
    Giovanni Drago
    Riferisce sul "segnale" voluto da Riina nel 1987 con il dirottamento del voto di mafia dalla Dc al psi, ma parla anche degli "impegni" di Martelli.
    Giovambattista Ferrante
    E' uno dei killer di Lima. Riferisce che un suo amico, gestore di un hotel a Terrasini, in provincia di Palermo, tenne l'albergo aperto d'inverno per ospitarvi Andreotti che vi arrivò senza scorta.
    Orlando Galati Giordano
    Nino Marchese, fratello del pentito Giuseppe gli disse, guardando la tivù: "Quella gobba (di Andreotti) è piena di omicidi". 
    Gioacchino La Barbera
    "Dopo l'omicidio Lima, Antonino Gioè mi disse: 'Questo è uno dei primi, adesso ne vedrai delle belle'. E fu così anche per Ignazio Salvo che prima aveva aiutato Cosa Nostra, facendo da tramite con Andreotti, per l'aggiustamento dei processi, e poi aveva voltato le spalle. In quello stesso periodo, fu fatta un'attività di verifica sugli spostamenti del senatore Andreotti ma era troppo scortato per ucciderlo". La Barbera ha confessato il delitto Salvo.
    Antonio Mammoliti
    Il pentito calabrese che si dichiara innocente, racconta di un favore fatto dal capo della n'drangheta Girolamo Piromalli a Stefano Bontate su richiesta di Giulio Andreotti. Cessarono così i tentativi di estorsione ai danni del petroliere Silvano Nardini, buon amico di Andreotti.
    Antonio Mancini
    Altro esponente della banda della Magliana racconta del delitto Pecorelli come di una necessità imposta per far sparire le carte compromettenti sul seqeustro Moro di cui il giornalista era venuto in possesso.
    Giuseppe Marchese
    Riscontra Mutolo e riferisce sulle attese per il felice esito in Cassazione del primo maxiprocesso. "Figlioccio" di Riina era il destinatario privilegiato di quelle rassicurazioni che arrivavano dall'esterno del carcere. E riferisce dell'ira dei capimafia quando gli ergastoli diventarono definitivi.
    Francesco Marino Mannoia
    Il chimico delle cosche, vicinissimo a Stefano Bontate, racconta dell'incontro del boss con Andreotti in una riserva di caccia, prima dell'omicidio Mattarella e riferisce, per avervi assistito, ad un secondo incontro nella villa di uno degli Inzerillo. Mannoia ricorda che Andreotti vi arrivò con un'Alfa blindata, quella dei Salvo, proveniente da Trapani. Ma è sempre lui ad introdurre il mistero del quadro che il boss Pippo Calò regalò ad Andreotti.
    Leonardo Messina
    Il pentito nisseno, dice che Andreotti era un vero e proprio uomo d'onore con tanto di giuramento rituale. Sostiene di averlo saputo da un "picciotto" al quale lo aveva riferito il capomafia catanese Nitto Santapaola. Messina parla di processi "aggiustati" in Cassazione attraverso il giudice Corrado Carnevale e si addentra sul tema mafia-massoneria.
    Fabiola Moretti
    Ha vissuto dal di dentro, come donna di Danilo Abbruciati, la vita della Banda della Magliana. Racconta dei rapporti con Claudio Vitalone, di Carnevale e del delitto Pecorelli. 
    Gaspare Mutolo
    Racconta dei tentativi di far saltare il maxiprocesso, delle assicurazioni di Lima ai boss, dei buoni uffici di Carnevale e dell'omicidio Lima come vendetta dei boss che punivano così Andreotti per non aver rispettato i patti.
    Francesco Onorato
    Anche lui, sicario di Lima, spiega le ragioni del delitto e conferma il racconto di Ferrante sull'hotel.
    Francesco Pattarino 
    Figlio naturale del braccio destro di Nitto Santapaola, Francesco Mangion, racconta di un incontro avuto a Roma dal padre con Andreotti per l' aggiustamento delle vicende giudiziarie di Santapaola. Da Santapaola prima e dal padre, dopo, avrebbe saputo del summit catanese nel quale, all'hotel Nettuno, Andreotti avrebbe incontrato il numero uno della mafia etnea. 
    Gioacchino Pennino
    Il medico, ferquentatore dei salotti che contano, nipote di un capomafia e attivista politico della dc, conferma che il vassoio spedito in dono al genero di Nino Salvo, Tani Sangiorgi, per le nozze con Angela Salvo fu effettivamente mandato da Andreotti. Glielo confermò lo stesso Sangiorgi.
    Marino Pulito
    Il suo racconto coincide con l'episodio riferito da Annacondia.
    Giuseppe Pulvirenti
    Fedelissimo di Santapaola, racconta del sostegno della cosca agli andreottiani catanesi e dei rapporti con i politici palermitani.
    Paolo Severino Samperi
    Racconta del sostegno della mafia di Enna ad un candidato andreottiano. 
    Angelo Siino
    Smentisce Di Maggio: "Quello racconta sciocchezze". Ma parla dell'incontro tra Bontate e Andreotti a Catania in una riserva di caccia dei Costanzo, nel luglio del '79. 
    Vincenzo Sinacori

    Anche a lui Gaetano Sangiorgi, genero di Nino Salvo, parlò del vassoio d'argento che gli era stato regalato da Andreotti in occasione delle sue nozze, e gli confidò di averlo fatto sparire. "Sia Sangiorgi che Matteo Messina Denaro mi dissero che fu lo stesso Andreotti a volere il processo: bastava che ammettesse di conoscere i Salvo, e si sarebbe salvato".
    Rosario Spatola
    Racconta di mafia e massoneria e delle relazioni pericolose degli andreottiani trapanesi. (e.b.)

    (20 febbraio 1999)
     

    mercoledì 2 marzo 2011

    GIOVANI UNITI CONTRO LA MAFIA II

    Nella mattinata del 29 aprile 2011 saranno ospiti a San Giovanni Rotondo due personaggi di noto spessore nazionale: Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, e Vincenzo Calcara, pentito di Cosa Nostra che avrebbe dovuto uccidere Paolo Borsellino.

    E’il secondo evento per San Giovanni Rotondo e non a caso è stato organizzato nello stesso giorno dello scorso anno. Esso tratterà, quindi, i temi legalità e giustizia; un incontro con i giovani della provincia per cercare di sensibilizzarli maggiormente a questo problema ancora sottovalutato e poco conosciuto in zona.


    Le linee guida della manifestazione culturale sono sostanzialmente tre: si discuterà delle stragi del ’92, dove gli ospiti parleranno delle esperienze dirette e indirette; si tratterà del potere sempre crescente che le attività criminali esercitano in Italia; si parlerà delle possibili soluzioni a questi problemi e il ruolo giovanile.

    L’evento culturale si svolgerà con la collaborazione delle scuole medie-superiori ma comunque l’invito è esteso a tutta la popolazione locale.

    Essendo per il paese di San Giovanni Rotondo periodo di elezioni amministrative, non saranno effettuati riferimenti diretti a politici. Si vogliono cioè evitare additamenti e infangamenti da parte di partiti politici e evitare l'uso dell'evento come strumento elettorale.

    mercoledì 23 febbraio 2011

    COLLABORATORI DI GIUSTIZIA - OGGI - IERI - DOMANI




    Purtroppo nessuno meglio di me può sapere che tantissimi Collaboratori di Giustizia fanno compromessi con quella parte deviata delle Istituzioni e persino con  Magistrati " deviati " , non sono tutti come il Giudice Borsellino o il Giudice Ingroia. Fanno un gran chiasso raccontandoci che Cosa Nostra è stata smembrata, e sicuramente verrà anche il momento in cui cattureranno  Matteo Messina Denaro, ma il vero problema va oltre tutto questo: Servizi Segreti Deviati,  Vaticano Deviato, Massoneria Deviata  sono piu' pericolosi di Cosa Nostra e di Matteo Messina Denaro,col quale prima barattavanno favori e inciuci , mentre adesso lo usano di copertuura per affari ben più grossi e pericolosi. Vergogna !!! 
    Io sono sicuro che i più importanti collaboratori  di Giustizia: Brusca e Giuffre' fanno parte di un programma "mafioso" molto più vasto di quello che ci mostrano.  Come mai questi due non parlano della SUPER  COMMISSIONE e non parlano delle 5 ENTITA' ???!!!. Hanno confermato nelle Aule Giudiziarie che il piano per uccidere il Dr. Paolo Borsellino e' stato organizzato a Castelvetrano da Francesco Messina Denaro.come io ho sempre affermato.

    Come mai  Brusca non parla del NOTAIO ALBANO? e dei soldi che questi gestiva per conto di COSA NOSTRA Come mai  Brusca e Giuffrè, loro  che hanno più spessore di me, non parlano del piano per uccidere il Dr. Borsellino e delle 5 ENTITA' ???? Come mai  Massimo Ciancimino, che ha ereditato i segreti del Padre,  non parla delle 5  ENTITA? ? ?

    La cattura di boss mafiosi vuol dire che la Mafia delle Istituzioni deviate, della 5  ENTITA' è diventata più autonoma e più forte , tanto da gestire anche le testimonianze dei pentiti...in cambio di cosa ?
    Invito tutti coloro impegnati in questa lotta contro questo cancro a rivolgere la loro attenzione su questi punti.

    Io , Vincenzo Calcara,non temo chi vorrebbe gettare discredito su di me ( calcando la mano su  quello che ero prima del mio pentimento), NESSUNO POTRà  FERMARMI!  andrò avanti facendo il mio dovere di cittadino italiano che ama la VERITA' perchè, come diceva il mio Eroe Paolo Borsellino: E' DALLA VERITA' CHE NASCE LA LIBERTA' !