domenica 13 febbraio 2011

OMICIDIO VITO LIPARI

 Rivelazioni sull' omicidio di Lipari Vito

La profezia del pentito Calcara: Cosa Nostra non perdonera' Borsellino 

PALERMO . Eccolo qui, l' ultimo pentito di mafia, che torna sul palcoscenico della giustizia dopo il recente decreto del governo. Sotto i clic dei fotografi, Vincenzo Calcara da' vita a un' udienza spettacolare. Polemico, ironico, sprezzante. Strapazza gli avvocati che gli tendono mille trappole, inchioda killer e mandanti di Vito Lipari, rilancia le accuse contro un altro ex sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino, rovescia fiumi di insulti su uno degli imputati che lo taccia di "infamita' ", rinnega pubblicamente la filosofia di Cosa Nostra, pronuncia la piu' sinistra delle profezie: "Le cosche non perdoneranno mai al giudice Borsellino di aver messo in ginocchio una delle famiglie piu' potenti di Trapani". L' ex soldato del clan di Castelvetrano e' in forma strepitosa. La lettera della ritrattazione? "Solo un momento di smarrimento, dovuto allo choc per le immagini della strage Falcone viste in Tv", spiega alla corte giustificando quel dietrofront che ora vuol cancellare con una memorabile "cantata". "La mia collaborazione e' appena cominciata. Ne sentirete delle belle", promette. Ma qui Calcara puo' solo parlare dell' omicidio di Vito Lipari. E dalla sua memoria affiorano i ricordi di quella mattina d' agosto di dodici anni fa, quando il pentito e altri uomini d' onore della famiglia si mobilitarono per coprire la fuga dei killer del sindaco. "Dovevamo sparare sulla pattuglia della polizia o dei carabinieri che sarebbe eventualmente passata per la stradella che da Triscina porta a Castelvetrano", spiega Vincenzo Calcara. "Eravamo pronti a fare una strage, ma non fu necessario". Poi, incalzato dalle domande dei difensori, butta giu' un particolare inedito, agghiacciante:


"Vito Lipari doveva morire a ogni costo. Se non fosse uscito di casa quella mattina, gli assassini sarebbero andati a domicilio. Avrebbero ammazzato lui e, se il caso, anche la moglie e la bambina". 


E Tonino Vaccarino? "Era il mio capo. La sera prima del delitto andammo a cenare insieme in un ristorante di Mazara del Vallo. C' erano anche Nitto Santapaola e Mariano Agate. Dopo aver mangiato, Vaccarino mi disse di allontanarmi per un' ora. Andai a passeggiare sul lungomare, a guardare le ragazze. Tornato, mi sedetti al tavolo e dopo un quarto d' ora arrivarono Francesco Mangion e altre due persone"


Dalla gabbia Mangion esplode: "Sei infame e cornuto". Calcara replica a tono: "Non ti agitare, rilassati. Infame sei tu e tutta Cosa Nostra. Io non ho paura. La mia e' stata un scelta di lealta' verso la giustizia, non di convenienza". Calcara insiste sul pentimento e sugli incontri con il giudice Paolo Borsellino. "Ogni volta che me lo trovo davanti, penso: guarda un po' , proprio io dovevo ucciderlo, e ricordo le parole che mi disse quando gli chiesi se non avesse paura. Rispose: " è bello morire per cio' in cui si crede"


E. M.
Pagina 15
(13 giugno 1992) - Corriere della Sera

L' ATTENTATO A PAPA WOJTYLA E LA MORTE DI PAPA LUCIANI

L'ATTENTATO A PAPA WOJTYLA

Nella primavera del 1981, mentre mi trovo a Milano, Michele Lucchese mi si avvicina e mi dice che deve assolutamente parlarmi di una cosa della massima importanza. “Enzo, questi sono gli ordini. Il 12 maggio devi prendere un treno per Roma. Stammi bene a sentire. Alla stazione Termini ci saranno due persone ad aspettarti al binario numero 3. Li conosci. Uno è Saverio Furnari, il Capo Decina della famiglia di Castelvetrano. Fa parte del “gruppo di fuoco”. L'altro è Vincenzo Santangelo. E' un uomo d'onore anche lui. E' il fratello di Lillo Santangelo, figlioccio del nostro capo assoluto Francesco Messina Denaro. Loro ti diranno il da farsi. Dovrai prendere in custodia due Turchi che ti saranno consegnati da un Bulgaro. Questo Bulgaro è una persona fidata e importante. Basta. Non posso anticiparti niente. Ti dico solo che nella Città Eterna sta per scoppiare una bomba che rimarrà nella Storia! Caro Enzuccio, preparati, so che non mi deluderai”.

Come concordato con Michele Lucchese, la sera del 12 maggio 1981 prendo il treno per Roma. Arrivato alla stazione Termini la mattina seguente, seguo alla lettera gli ordini e mi avvio al binario numero 3. Come mi era stato anticipato, Furnari e Santangelo sono lì ad aspettarmi sulla banchina. Vedo subito che non sono soli. Con loro c'è una persona che non conosco.
Furnari me lo presenta immediatamente. “Lui è Antonov, il Bulgaro. E' in rapporti stretti con la mafia turca e con Cosa Nostra. Sarà lui a dirti cosa devi fare. Ma prima andiamo a fare colazione”. Dopo aver preso un caffè, ci avviamo tutti e quattro verso piazza San Pietro.
Appena entrati nella piazza, Furnari mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio: “Adesso ti metti completamente a disposizione di Antonov ed esegui alla perfezione tutto ciò che ti dice!”.
Guardo il Bulgaro. Sa già cosa deve dirmi. Mi indica un punto, proprio all'inizio della piazza: “Io e te ci incontreremo là questo pomeriggio”.

Dopo mangiato mi reco nel punto esatto indicatomi da Antonov. Saranno state più o meno le quattro del pomeriggio. Lui è lì che mi aspetta già da un pezzo. Ricordo che la piazza era già gremita di fedeli in attesa di vedere il Santo Padre. Il Bulgaro si guarda attorno.
Quando è sicuro che nessuno lo stia ascoltando mi dice: “In questo punto preciso ti porterò due Turchi. Tu li condurrai dove ti è stato ordinato. Adesso però prima accompagnami all'interno della piazza per una cinquantina di metri. Poi tornerai qui e aspetterai che torno con i Turchi. Sappi però che non ci metterò meno di un'ora”.
Ci avviamo tra la folla all'interno della piazza.
A un certo punto Antonov si blocca: “Bene. Tu, i due Turchi, non li conosci, ma sappi che loro, in questo momento, ti hanno visto insieme a me e ti hanno riconosciuto. Hanno l'ordine di seguirti. Faranno tutto quello che gli dirai”.
Faccio cenno col capo di avere capito: “E se succede un imprevisto?”.
Antonov ci ha già pensato: “Non preoccuparti. Se, per qualsiasi motivo, non li posso accompagnare, verranno loro da te nel posto in cui ti trovi. Gli ho indicato il punto esatto. Ti diranno queste parole: “Ciao Antonov”. Ecco, tieni, prendi questo rosario. Ricordati di tenerlo sempre nella mano sinistra, ben in vista. Quando i Turchi verranno da te, tu li saluterai con la mano sinistra. E ricordati: sono armati”.

Circa un'ora dopo la piazza era stracolma di gente. Non ci si poteva quasi muovere. Faceva caldo. E quella ressa ti toglieva il fiato. Io ero lì, nel posto stabilito, ad aspettare che il Bulgaro mi portasse i due Turchi. Papa Wojtyla stava compiendo il suo solito tragitto transennato attraverso la folla. Ricordo un mare di mani e di sguardi a cercare la benedizione del Papa. Ad un certo punto, in lontananza, nel rumore generale, sento un colpo fortissimo, come uno scoppio. Forse uno sparo. Per un attimo, il silenzio. La gente confusa, disorientata, impaurita. Qualcuno comincia a gridare: “Gli hanno sparato! Gli hanno sparato!”. In un attimo si scatena il putiferio. Ricordo un casino enorme. Gente che urla, gente che corre, gente che piange. Io rimango al mio posto. Poco dopo, saranno passati una decina di minuti, venti al massimo, vedo arrivare Antonov di corsa. C'è un Turco insieme a lui.
Appena mi vede mi urla: “Vattene! Vattene immediatamente! Portati via il Turco!”.
Antonov è sudato, agitatissimo, ha la faccia sconvolta. Lo prendo con me. Insieme ci dirigiamo di corsa alla stazione Termini. L'appuntamento è sempre al binario numero 3. Furnari e Santangelo sono già lì ad aspettarmi. Tutto come previsto. Hanno già pronti i biglietti del treno per Milano. Furnari mi dice: “Enzo, rilassati. Non c'è bisogno di correre. Il treno è in ritardo di un'ora”. Partiamo tutti e quattro da Roma che è già sera tardi. La mattina del 14 arriviamo in stazione a Milano. Lì ci dividiamo. Io, quella sera, ho un appuntamento a casa di Michele Lucchese. Furnari e Santangelo invece si prendono in consegna il Turco. Li saluto, li abbraccio e mi avvio all'esterno della stazione.

LA MORTE DI PAPA LUCIANI


La casa di Michele Lucchese si trovava a Paderno Dugnano in una zona, per così dire, “sicura”, cioè controllata meticolosamente dal nostro amico, il Maresciallo dei Carabinieri, Giorgio Donato. A mezzogiorno mi incontro con lui. Appena mi vede, Lucchese mi chiede di raccontargli per filo e per segno tutto quello che ho fatto e visto nella mia “giornata romana”. Io, con pazienza infinita, gli riferisco tutti i dettagli dell'operazione, compresa l'agitazione che avevo notato sul volto di Antonov.
Michele, non mi avevi mica detto che si doveva fare un attentato al Papa!”.
Lui sorride.
Poi mi dice: “Vedi? In questo momento Furnari e Santangelo sono a pranzo insieme al Turco in quel ristorante. Tu adesso ci vai e, mentre Santangelo rimane col Turco, tu mostri a Furnari il punto esatto in cui devono fargli fare la fine de lu sceccu!”.
Che, in siciliano, significa “fare la fine dell'asino”.
Caro Enzo, devi sapere che un asino si usa finché serve. E' nato per essere usato. Quando non serve più, lo si ammazza!
Sapevo fin troppo bene cosa volessero dire quelle parole.
Poi mi dà appuntamento a casa sua per la sera stessa.

Dopo aver fatto come mi aveva ordinato, la sera mi presento da lui.
Lucchese, come al solito, mi accoglie calorosamente.
Allora?
Furnari e Santangelo sono con il Turco. Lo stanno portando nel luogo che gli ho indicato”.
Bravissimo! Enzo, non ho voluto che partecipassi anche tu all'omicidio del Turco. Ho preferito che stessi qui, a farmi compagnia. Spero che capirai. Ora, però, prima, fammi fare una telefonata”.
Lucchese prende in mano la cornetta e compone un numero. Dalle sue prime parole capisco che dall'altra parte del filo c'è il Comandante dei Carabinieri, Giorgio Donato.
Ricordo queste parole: “Azione avviata!
Dopo aver terminato la telefonata, si volta verso di me con aria soddisfatta: “La zona è sotto controllo. Questo amico è troppo in gamba!
Poi, mentre aspettiamo che tornino Furnari e Santangelo, Lucchese inizia a parlarmi del motivo per cui era stato pianificato l'attentato al Papa.
Enzo, ci sono un paio di cose che devi sapere. Papa Wojtyla aveva intenzione di seguire il solco appena tracciato da Papa Luciani, e cioè rompere gli equilibri all'interno del Vaticano. Ti rivelo una cosa. Papa Luciani era intenzionato a fare una vera e propria rivoluzione all'interno del Vaticano. Siccome desiderava tanto che la Chiesa fosse più povera, aveva preparato un progetto per ridimensionare la ricchezza del Vaticano e aveva studiato un piano per aiutare le famiglie povere del mondo, innanzitutto quelle italiane. Ovviamente, tutto ciò si doveva fare per mezzo della I.O.R., la Banca del Vaticano, che sarebbe stata data in gestione a persone laiche secondo l'insegnamento di Gesù: “Dare a Cesare quel che è di Cesare”. Papa Luciani non sopportava l'idea che Cardinali e Vescovi gestissero queste enormi ricchezze e, quindi, la sua prima intenzione era quella di rimuovere proprio quei Cardinali che usavano e manipolavano il Vescovo Marcinkus e che sfruttavano non solo la sua capacità di gestire lo I.O.R., ma anche e soprattutto i suoi contatti e le sue potenti amicizie a livello europeo ed internazionale. Se Papa Luciani non fosse morto, da lì a pochi giorni sarebbero stati rimossi e sostituiti immediatamente sia Marcinkus che altri quattro Cardinali e forse anche, se non erro, il Segretario di Stato o il Segretario del Papa. Al loro posto sarebbero subentrati altrettanti Vescovi e Cardinali di massima fiducia. Costoro, in gran segreto, avevano preparato insieme a Papa Luciani un piano ben preciso. Dopo essersi inseriti ognuno al posto giusto, si sarebbero attivati subito per distribuire il 90% delle ricchezze del Vaticano in diverse parti del mondo, in modo tale da costruire case, scuole, ospedali etc... Il 10% delle rimanenti ricchezze sarebbe stato affidato e fatto gestire allo Stato Italiano per conto e in base ai bisogni della Chiesa. Insomma, voleva fare una vera e propria rivoluzione e cogliere tutti di sorpresa!
Purtroppo, il Povero Papa non ha potuto portare a termine il proprio piano, in quanto uno dei Cardinali di fiducia lo ha tradito ed è andato a raccontare tutto a Marcinkus e agli altri Cardinali! Costoro, appena vennero a conoscenza della cosa, si attivarono immediatamente e con la loro diabolica intelligenza riuscirono, senza lasciare nessuna traccia, ad uccidere il loro Papa con una grande quantità di gocce di calmante, grazie anche all'aiuto del suo medico personale”.

Rimasi completamente stupefatto dalle parole di Lucchese.

Michele, e chi sarebbero questi quattro cardinali?
Enzo. Io ti posso riferire quello che mi ha detto il Notaio Albano”.
E che dice il notaio?
Dice che erano quattro le “anime nere” che si aggiravano dentro il Vaticano ed esercitavano un forte potere sfruttando le doti manageriali del Vescovo Marcinkus. Mi ha fatto quattro nomi. Innanzitutto il Cardinale Macchi, uno dei prediletti di Papa Paolo VI, che l'aveva anche ordinato Suo Segretario. Faceva parte dei cavalieri del Santo Sepolcro, proprio come il Vescovo Marcinkus”.
Cardinal Macchi! Questo nome non mi è nuovo... Ma certo! Ha lo stesso nome di un mio compagno delle Elementari! E chi altri?
La seconda “anima nera” era il Cardinal Villot, Vallot o Vellot, scusami ma adesso non ricordo bene...
Che nome strano! Non termina nemmeno con una vocale. Deve essere straniero”.
Esatto, Enzo. Questo Cardinale, pur non essendo Italianoha fatto delle cose straordinarie e ha salvato la finanza del Vaticano, quella finanza che Papa Luciani voleva distruggere.
E poi c'era il Cardinale Benelli...”
“Benelli! Come la marca della mia prima moto! Si chiamava proprio così. Mi ricordo ancora. Me la regalò Casesic, il mio padrino di Cresima...”
Per ultimo mi fece il nome del Cardinale Gianvio, che mi sembra fosse anche Segretario. Tutti e tre comunque facevano parte dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Enzuccio, figghiu miu, devi capire che questi quattro Cardinali avevano in mano lo I.O.R. e le finanze del Vaticano! E avevano pure un filo diretto proprio con il Notaio Albano che, come ben sai, all'interno di Cosa Nostra è come un fiore all'occhiello”.
Senti, Michele. Una curiosità. Ma l'altro Turco, che fine ha fatto?
L'altro turco, a quanto pare, tu non l'hai neppure incontrato. Si chiama Ali Agca. L'altra notte ha pernottato in un albergo a Palermo, prima di arrivare a Roma per l'attentato. Devi sapere che tutte e due i Turchi sono stati addestrati in Sicilia da uomini di Cosa Nostra. Nel caso, dopo l'attentato, fosse riuscito a fuggire, c'era già pronto un piano per ucciderlo!”.
Siamo andati avanti a parlare ancora per un paio d'ore, fino a notte inoltrata, finché non sentiamo arrivare Furnari e Santangelo.

Vincenzo Calcara

Assoluzione Piena per il pentito Calcara La sentenza del giudice Almerighi: il suo racconto è verosimile




Non ha mentito Vincenzo Calcara. Per quanto il suo racconto sia incredibile ed inquietante sussistono elementi per ritenerlo verosimile e soprattutto vi è la certezza che il suo dire non abbia calunniato alcuno.
Questa in sintesi la motivazione della sentenza emessa dal tribunale di Roma presieduto dal giudice Mario Almerighi che ha assolto con formula piena, «il fatto non sussiste», il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara dall’accusa di calunnia aggravata.
A sporgere denuncia un ex maresciallo dei carabinieri, Giorgio Donato, coinvolto dal Calcara nella ricostruzione di un viaggio da Castelvetrano a Roma all’incrocio degli affari tra mafia, massoneria, politica e Vaticano.
Uomo d’onore riservato alle dirette dipendenze di Tonino Vaccarino, presunto consigliere della famiglia di Castelvetrano, città di cui è anche sindaco, e del boss Francesco Messina Denaro, allora capo assoluto della provincia di Trapani, Calcara è un killer di professione. La sua «bravura» tale da venire scelto per incarichi di massima delicatezza, come l’eventuale omicidio del dottor Paolo Borsellino, allora Procuratore di Marsala, o la scorta a due valigie da dieci miliardi.
Tra i mesi di aprile e maggio del 1981 mentre si trovava a Milano dove, su disposizione della propria famiglia, era impiegato presso l’aeroporto di Linate al fine di agevolare il traffico di droga proveniente dalla Turchia e diretto negli Stati Uniti via Sicilia, gli venne ordinato di far rientro al suo paese natale poiché c’era un «lavoretto» da svolgere.
Una volta a Castelvetrano si era recato a casa di Francesco Messina Denaro nella quale erano riuniti diversi uomini d’onore di spicco a lui noti: Vincenzo Culicchia, deputato al consiglio regionale in Sicilia, Stefano Accardo detto «cannata», Vincenzo Furnari, Enzo Leone, componente del Consiglio Regionale della Sicilia, Antonino Marotta e il suo padrino Tonino Vaccarino.
Su un tavolo all’interno dell’abitazione due grosse valigie, una delle quali ancora aperta. Conteneva un enorme quantità di biglietti da cento mila lire.
Caricate le valige, tutti i presenti, ad eccezione di Messina Denaro, si diressero all’aeroporto di Punta Raisi dove, grazie all’ausilio di uomini già predisposti, imbarcarono il voluminoso e prezioso carico sottobordo.
Allo stesso modo ne ripresero possesso una volta giunti a Fiumicino. Ad attenderli un corteo di lusso. Tre auto scure di grossa cilindrata, Monsignor Paul Marcinkus, direttore dello IOR, la banca vaticana, un altro cardinale e il notaio Francesco Albano. 
Tutti gli uomini di spicco salirono su due delle tre auto con le valigie, mentre Calcara e altri sulla terza autovettura. L’appuntamento era presso l’abitazione del notaio Albano situata sulla via Cassia. 
Il pentito, travestito da carabiniere e il maresciallo Giorgio Donato, che aveva percorso tutto il tragitto da Milano con lui, rimasero di guardia davanti all’entrata dell’edificio fino a quando non ricevettero la comunicazione che tutto era a posto e quindi potevano andarsene.
In compagnia del militare il Calcara fece ritorno a Paderno Dugnano, alle porte del capoluogo lombardo, dove si trovava in stato di sorvegliato speciale dopo un periodo di detenzione. Il responsabile incaricato di controllare i suoi movimenti era proprio il maresciallo Donato. Che, nonostante l’atto di querela, non è riuscito a provare che il pentito abbia mentito circa la sua implicazione.
Ripercorriamo quindi la storia passo per passo.
Dopo un’assoluzione in primo grado per omicidio Calcara venne condannato in appello e quindi sottoposto a sorveglianza speciale ma non troppo, tanto da consentirgli di continuare tranquillamente a condurre affari per la «famiglia». Non riuscì tuttavia a riprendere la sua occupazione al patronato ENCAL, preziosa eredità lasciatagli dal suo mentore Alberto Casesi che lo iniziò alla via del crimine di rispetto. Il suo impiego consisteva nel gestire, in maniera illecita, pensioni di invalidità; posizione assai utile per guadagnare il consenso della gente.
Siamo agli esordi dei favolosi anni Ottanta. In quel periodo Cosa Nostra era per lo più dedicata alla grossa gestione del traffico di stupefacenti e accumulava miliardi. Proprio per far fronte alle «esigenze» della famiglia il Vaccarino lo invia a Milano dove, su suo interessamento, oltre a quello del Messina Denaro in persona, viene assunto alla Dufrital, una società di servizi doganali che operava all’aeroporto di Linate. Munito di tesserino e divisa Calcara non ha nessuna difficoltà nel far transitare ingenti quantitativi di droga e reperti archeologici. Questi in particolare interessavano il Messina Denaro e costituivano preziosa merce di scambio con i responsabili della Dufrital tali Montecucco e Pirovano che erano in stretto contatto anche con il Vaccarino e con Michele Lucchese.
Quest’ultimo era uomo d’onore e referente della famiglia sul posto. Si era infatti messo immediatamente a disposizione per trovare la sistemazione ideale al Calcara e oltre a fornirgli supporto logistico lo aveva messo in contatto con il maresciallo Donato, suo amico, che avrebbe dovuto esercitare sul pentito quel servizio di sorveglianza speciale. 
Di fatto - racconta il Calcara - nessuno lo controllò mai. La domenica si recava in caserma a Paderno Dugnano per apporre la firma di presenza e la sera si attardava a giocare a carte con il maresciallo e il mafioso.
Fu Lucchese, che agiva su mandato del Vaccarino, ad organizzare la partenza dei due da Milano. Benché - spiega il collaboratore - il suo ruolo di soldato non gli consentiva di fare nessuna domanda il Lucchese gli spiegò che quel denaro che aveva visto ammontava circa alla cifra di dieci miliardi, soldi della «famiglia» che dovevano essere investiti, quindi riciclati, in Sud America e ai Caraibi, tramite il notaio Albano, il vescovo Marcinkus e la Banca Vaticana.
Sottoposto all’esame di accusa e difesa nel corso del dibattimento il Calcara ha potuto aggiungere particolari dettagliati e notevoli riscontri.
Ricordava per esempio che una volta sceso dall’aereo a Milano l’onorevole Culicchia aveva salutato l’alto prelato con una «bella stretta di mano», mentre Vaccarino, con molta più reverenza, gli aveva baciato l’anello.
Riferiva poi di avere saputo sempre dal solito Lucchese che il notaio Albano faceva parte dell’ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro così come Marcinkus e per questo si conoscevano bene, rammentava inoltre di averlo visto antecedentemente a quel momento sempre in aeroporto (insieme al Lucchese) poiché questi si stava dirigendo o stava tornando da un paese dell’est, aveva infatti la moglie straniera e una figlia adottiva.
Il maresciallo Giorgio Donato ha cercato di smentire le dichiarazioni del Calcara non riuscendo però a produrre elementi concreti a sua discolpa.
In un primo momento infatti aveva sostenuto di aver visto Vincenzo Calcara solo ed esclusivamente il primo giorno che questi si era presentato al comando dei carabinieri di Paderno Dugnano per rispettare l’obbligo di sorveglianza per poi non saperne più nulla. In sede dibattimentale aveva poi spiegato ai giudici di aver controllato i suoi spostamenti nei brogliacci che regolano le presenze dei militari in caserma e quindi affermava di non essersi mai assentato nei primi sei mesi dell’anno 1981.
Ammetteva di conoscere il Lucchese che aveva incontrato nel 1966 quando era in servizio nelle zone terremotate poiché con i commilitoni ci si recava a Selinute e a Castelvetrano per usufruire del giorno di riposo. In quelle occasioni gli erano stati presentati anche il Vaccarino e il «Cannata». 
A sua difesa aveva sottolineato che costoro in quel periodo erano da considerarsi unicamente imprenditori e uomini politici diventati mafiosi solo in seguito alle dichiarazioni del Calcara. 
Gli investigatori impegnati nella verifica di tale ricostruzione hanno messo in luce innumerevoli contraddizioni. A partire proprio da quei documenti addotti dal querelante.
Risulta infatti che nel periodo dell’anno 1981 citato dal collaboratore il Maresciallo abbia fatto richiesta di licenza straordinaria per i giorni dall’11 al 22 aprile, in occasione delle festività pasquali e il 10,11,12 maggio.
Le indagini però hanno rivelato ulteriori risvolti. Sentiti dalla Corte il Brigadiere Notaristefano e il Brigadiere Pasca, allora sottoposti del Donato, hanno sostanzialmente confermato quanto sostenuto dal Calcara: «il Maresciallo Donato faceva in caserma ciò che voleva».
Per prima cosa infatti il Notaristefano ha raccontato: «Non ricordo se tra novembre e dicembre del 94 DONATO sia venuto in caserma a controllare i brogliacci. In ogni caso avrebbe dovuto essere autorizzato superiormente». Invece tale era la sua autorità che benché fuori dall’Arma (si è congedato nel 1984 ndr.) si era introdotto nel suo ex ufficio e noncurante delle procedure aveva approfittato dell’acquiescenza dei suoi ex sottoposti per disporre dell’archivio di servizio a suo piacimento.
Secche sul punto le considerazioni del giudice Almerighi: «Se questo era il rapporto tra il maresciallo GIORGIO e i suoi dipendenti, quando ormai era un semplice cittadino non facente più parte dell’Arma, a maggior ragione tale era il rapporto quando egli era il Comandante della Stazione».
A riprova il racconto del Notaristefano che, contraddicendo il suo ex superiore, affermava che in occasione di quelle vacanze pasquali il Donato non aveva lasciato nessun recapito di riferimento contrariamente a quando sostenuto pubblicamente dall’ex Maresciallo. Questi, invece, spiegando la sua assenza con le consuete vacanze trascorse a Bitonto presso la sua famiglia aveva assicurato di aver comunicato i riferimenti per farsi rintracciare. Si è ulteriormente scoperto che il «memoriale» che registrava gli incarichi all’interno della caserma era compilato in «modo approssimativo e a volte infedele». Per quanto attiene la presente questione la Corte riporta uno stralcio dell’udienza del Brigadiere Notaristefano al quale venne sottoposto un registro da lui compilato. «Il 22 aprile alle ore 24: Mar. Donato fa rientro dalla licenza ordinaria di giorni 10». Notaristefano: «sì la calligrafia è la mia ed anche la firma». «Lei doveva riempire il memoriale per il giorno 23. Anche la calligrafia sotto il giorno 23 è la sua? Sì. Mi dica se risulta presente il Donato. No, non c’è la sua presenza. Quindi Notaristefano attesta che il maresciallo Donato è rientrato il 22.04 ma non lo inserisce come presente il 23. Infine, Notaristefano è costretto ad ammettere che quel giorno (il 23) il maresciallo Giorgio Donato era assente ingiustificato». Se ne deduce, scrive ancora il giudice, che al Maresciallo in questione era possibile andare in permesso senza precisare alcunché.
Ancora più incredibile però la spiegazione del Donato circa i suoi rapporti con lo Stefano Accardo detto «Cannata».
Sebbene consapevole fin dall’inizio che costui era stato indagato per ben 18 omicidi, e poi prosciolto, non aveva esitato, anni dopo la loro conoscenza quando già non era più in servizio, a procurargli, su richiesta del Lucchese, due giubbotti antiproiettile pagandoli di tasca propria la cifra di £ 750.000. 
«L’episodio, conclude la sentenza, costituisce spia eloquente della portata capziosamente riduttiva delle proprie dichiarazioni, apparendo conciliabile soltanto con una più intensa relazione interpersonale che un ex sottufficiale dell’Arma si adoperi per dotare un soggetto accusato di 18 omicidi di uno strumento di difesa da probabili ulteriori attentati. Giorgio Donato è dunque personaggio dai contenuti affatto compatibili con il profilo che ne disegna Calcara».                                                         
Il documento ovviamente non si addentra nell’esame della veridicità intrinseca di quanto riferito dal collaboratore, ma si sofferma nell’accertarne la verosimiglianza.
Chi in effetti - si domanda il giudice - all’interno della famiglia di Castelvetrano poteva essere impiegato in una operazione di tale delicatezza se non i «soggetti più importanti e affidabili della «famiglia» anche sotto il profilo politico, quali il Culicchia e il Leone, due deputati regionali, il Vaccarino già sindaco di Castelvetrano? Chi altro vi poteva partecipare se non altri tre personaggi di spicco della «famiglia», quali il Morotta, il Furnari  e l’Accardo!?» Lo stesso tipo di considerazione può avanzarsi per quella che potrebbe essere indicata come «l’altra parte». Per il vescovo Marcinkus sarebbe stato certamente ancora più difficile trovare un complice idoneo all’espletamento di un compito simile.
La particolare delicatezza della transazione poi richiedeva certamente la presenza di un intermediario, «una persona del mestiere che potesse garantire entrambe le parti». La presenza del notaio all’aeroporto era quindi, in questo senso, necessaria per accompagnare persone e soldi nella sua villa di campagna, luogo riservato e evidentemente sconosciuto agli altri. 
Calcara riferisce, in coerenza con il suo grado di soldato, di non conoscere il contenuto del colloquio anche se l’oggetto non poteva essere che quello di raggiungere un accordo tra le parti sulle modalità e le garanzie del riciclaggio.
Anche la scelta delle auto e le modalità di trasporto sono senza dubbio plausibili. Le vetture con a bordo gli alti esponenti politici e religiosi e soprattutto le valigie con i dieci miliardi avevano targa straniera, verosimilmente del Vaticano e quindi, coperte da immunità, l’altra con targa di Roma era occupata da chi, armato, doveva fare la scorta. Va ricordato che in quell’occasione Calcara era abbigliato come un carabiniere con tanto di tesserino, mentre il vero carabiniere, il Donato, era in una delle due auto occupate dalle autorità. 
Per quanto poi riguarda le modalità di imbarco e sbarco risultano impiegati presso aeroporto di Punta Raisi i fratelli Cintorino Antonio e Adolfo di Cinisi, sul primo dei quali risulta un rapporto dei carabinieri per fatti di associazione mafiosa e rapina aggravata in concorso con il ben più noto Giuseppe Fidanzati la cui famiglia era in rapporto con l’Accardo Stefano «Cannata».
Al fine di riscontrare ulteriormente l’attendibilità intrinseca del Calcara la Corte ha acquisito agli atti sentenze in cui, ad esempio, viene confermata la «mafiosità» dei molti personaggi citati dal pentito come il Messina Denaro Francesco, il Furnari Saverio, Marotta Antonino e Accardo Stefano, ucciso poi a Partanna nel luglio del 1989.
Un discorso separato merita invero il Vaccarino condannato in primo grado per associazione mafiosa e poi assolto anche se permanevano le sentenze di colpevolezza per aver partecipato a quella organizzazione dedita al traffico internazionale di stupefacenti. 
Di rilievo a questo proposito il rinvenimento di una fotografia nella casa del Vaccarino che lo ritrae seduto al centro tra Accardo Stefano e Lucchese Michele e la testimonianza che i tre furono visti assieme nell’estate del 1982 in S. Marinella di Selinute. Elemento che va ad incastrarsi anche con la deposizione del maresciallo Donato.
«Può dunque concludersi –prosegue il giudice - che l’episodio narrato dal Calcara, lungi dall’apparire seccamente smentito in processo, è invece assistito da elementi che ne ritagliano una qualche verosimiglianza storica. [...] L’intero resoconto del Calcara non evidenzia rancori né tradisce propositi di vendetta. Il passaggio frequente nei «dicta» d’esame e di confronto per narrazioni di circostanza inconsuete e talora superflue, le spontanee correzioni e le franche ammissioni di non ricordare sono tutti indicatori opposti alla menzogna e costituiscono dati di vantaggio dell’intrinseca attendibilità del dichiarante».
Un attestato di piena affidabilità attribuito al collaboratore anche dopo che questi, in un secondo momento, aggiunse al suo racconto un particolare che inquadra l’intera narrazione sotto una nuova luce. 
Calcara ha infatti riferito che mentre si trovava «di guardia» con il Maresciallo Donato sotto l’abitazione del notaio Albano vide sopraggiungere anche Roberto Calvi che conosceva di vista per averlo incontrato presso aeroporto di Milano intorno al febbraio 1981. «Ricordo che Lucchese, quando gli feci osservare che a Roma avevo riconosciuto la stessa persona che poco prima avevo visto aeroporto di Milano, mi disse ‘Ah, tu fisionomista sei?’».
Questa e altre dichiarazioni del Calcara sono ora al vaglio degli inquirenti che si stanno occupando del nuovo processo per l’omicidio del banchiere milanese finalmente accertato dopo vent’anni di perizie e probabili depistaggi. 
Sicuramente la sede più competente per stabilire se il racconto del Calcara sia solo verosimile o anche veritiero.

Giorgio Bongiovanni 


*Calcara. Annullata con rinvio la sentenza di assoluzione
7 febbraio 2008
E' stata annullata con rinvio la sentenza d'appello che l'11 gennaio del 2005 aveva assolto (confermando il primo grado) il pentito Vincenzo Calcara dall'accusa di calunnia aggravata nei confronti di Giorgio Donato. Ex maresciallo dei Carabinieri, coinvolto dal collaboratore di giustizia nella ricostruzione di un viaggio da Castelvetrano a Roma all’incrocio di affari tra mafia, massoneria, politica e Vaticano (vedi articolo sopra).
In seguito alle accuse confermate dai giudici, il Giorgio - già condannato in via definitiva per i suoi rapporti con personaggi collegati a Cosa Nostra di Castelvetrano e in particolare con il noto mafioso Lucchese – era ricorso in Cassazione “ai soli fini della responsabilità civile”. Come si legge nella sentenza della Suprema Corte del 17 gennaio 2007, depositata in cancelleria il 7 febbraio 2008. E tramite i propri legali aveva sottolineato come “la Corte d'Appello non abbia affatto tentato di accertare se quell'episodio criminoso narrato dal Calcara (…) si fosse o meno verificato, come era suo particolare obbligo”.
Dando ragione al ricorrente la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Giovanni De Roberto, ha quindi sottolineato che “sarebbe stato preciso obbligo della Corte di merito quello di valutare, in via del tutto preliminare e autonoma ai fini dell'accertamento del reato di calunnia, la esistenza e la veridicità (o falsità) dei fatti dedotti dal Calcara, che avrebbero costituito reato nella loro oggettività”. E in sostanza si sarebbe “limitata a uno sterile (ai fini che interessano) esame della personalità del calunniatore e del calunniato senza affrontare il decisivo aspetto del processo sopra evidenziato”.
Per questi motivi la Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno annullare l'impugnata sentenza rinviandola ai giudici di secondo grado, chiamati ora ad esaminare le molteplici deduzioni del ricorrente. Esame ancora in corso. 
G.B


ANDREOTTI, NOTAIO ALBANO BRUSCA E GIUFFRE'



Vi siete mai chiesti il perche' il notaio Albano non e' stato mai incriminato ?.

Adesso velo dico io : questa persona e' cosi' potente che solo a nominarlo mette

paura !!!. La sua 
potenza e' veramente impressionante !!!. 



Questo notaio Albano, e' quella persona che 
ha avuto l'incarico dal suo fraterno amico 



il sen. GIULIO ANDREOTTI il quale l'ho ...ha 
incaricato di portare come regalo



di nozze 
un pregiato vassoio d'argento alla figlia di 
uno dei fratelli SALVO uomini



d'onore della famiglia di Salemi (TP) in strettissimi 
rapporti di amicizia e di affari con



l'on. Salvo Lima poi ucciso. Il notaio Albano ha 
testimoniato al processo 



Andreotti e non ha potuto fare a meno di confermare alla 
corte che il regalo e' stato



 mandato veramente da Andreotti. 



Si noti bene che il notaio 
Albano e'' nato a Borgetto un paese della prov. di Palermo



 vicino al paese di San 
Giuseppe Jato , lo stesso paese dove e' nato Giovanni Brusca



 che l'ho ha chiamato in 
causa per quanto concerne il vassoio d'argento. Pero' i conti



 non tornano : 



Come mai 
Giovanni Brusca figlioccio di Toto' Riina che come importanza e spessore 



dentro
"
COSA NOSTRA " era superiore a me, non ha mai parlato di altri episodi 



importanti che 
vanno oltre l'episodio del vassoio d'argento ???. 



Come mai il Brusca 
non ha mai fatto 
riferimento di tutti gli immensi patrimoni che ha 



gestito il notaio Albano
???. Come mai il Brusca non ha invitato i Magistrati a indagare



su tutti gli atti notarili 
che ha fatto il notaio Albano ???. 



( Speriamo che questi atti notarili non scompaiano come e'
scomparso il cadavere del



Turco complice di Ali Agka e L'AGENDA ROSSA )



Il Brusca 
non ha detto tutta la verita' che sapeva sul notaio ma molta l'ha tenuta per se'.



Questo 
terribile assassino dovrebbe essere tenuto lontano da Giuffre' e da altri 



collaboratori di 
giustizia di grande spessore come lui dal programma di protezione in



quanto fino 
adesso non hanno collaborato pienamente con i Magistrati. 



Amici miei, vi faccio anche 
presente che il nostro Dr. Borsellino aveva



iniziato a 
indagare sul notaio Albano, su 
Andreotti, su



Marcinkus a 360 gradi e di tutto questo ne 
era al corrente 



anche L'Alto 
Commissario Finocchiaro e il Procuratore 



capo Giammanco !!!







Come mai non sono 
stato mai chiamato a deporre nel 



processo Andreotti anche se ne 
avevo parlato del 
notaio 



Albano quando nessuno ne conosceva neppure il 



nome???







Perche' non sono 
stato mai chiamato nel processo



contro il Maresciallo Canale che 
dopo la morte del Dr



Borsellino e' stato promosso a Tenente ?







Anche insieme a lui il 
Dr.Borsellino aveva

lavorato  !



Avevo pure detto ai Magistrati che il sen. Andreotti e i suoi 
prestanome, avevano delle 



grandissime proprieta a Latina o in Prov. di Latina, ma su 
questo non hanno indagato.







Come mai le mie dichiarazioni non sono state mai



utilizzate nell'istruttoria dei mandanti 



occulti delle stragi del 1992 e neanche sulla 
agenda 



rossa ???







La societa' civile deve essere informata!!!.





Amici miei vi mando un 
grandissimo abbraccio .


Vi voglio bene.

Vincenzo Calcara